Per dieci ore sono rimasto sotto una slavina ma sono vivo

ALESSIO PEZZOTTA

«Sono un sopravvissuto, ho visto la morte in faccia sepolto per dieci ore sotto una slavina a pochi metri dalla cima del Pizzo Tre Signori. Se sono ancora vivo è un vero miracolo». E “Miracolo di Natale” Alessio Pezzotta ha titolato il libro in cui racconta la sua straordinaria quanto terribile esperienza. Lo incontriamo a Nembro dove vive. Alessio ha scoperto 25 anni fa la passione per la montagna a cui ha dedicato tanti volumi pubblicati dalla sua casa editrice (L’Alpe).

«Per almeno mille volte sono salito sulle vette oltre 2000 metri» spiega con una punta di orgoglio. «Ho sempre affrontato con prudenza le scalate, ma quel giorno, il 18 dicembre del 2014, ho voluto strafare sottovalutando il pericolo della neve fresca. Un errore imperdonabile. Bisogna infatti aspettare almeno 4/5 giorni dall’ultima nevicata anche se non è una regola assoluta e non azzera il rischio, ma ne abbassa la percentuale. Con due miei amici siamo saliti al Pizzo Tre Signori. Fino ai 1600 metri c’era pochissima neve, poi abbiamo dovuto mettere le ciaspole. Uno non le aveva e ha preferito tornare indietro, io e l’altro siamo arrivati ai 2300 metri, a 250 dalla cima. A questo punto anche l’altro amico ha preferito abbandonare. Sono rimasto solo ma ho deciso di andare avanti, vedevo la grande croce sulla cima. Erano le tredici ed ero a cento metri dalla vetta quando la neve fresca sotto i miei piedi è collassata e io con lei. Sono scivolato giù con la slavina. Una caduta incontrollata. Non saprei dire di quanti metri, certo non è durata poco. Avevo paura di urtare qualche roccia, qualche sasso. Mi sono girato e rigirato più volte, ho “nuotato”, come dicono di fare, per restare a “galla”. La slavina si è fermata e mi sono ritrovato sepolto. Ho pensato: “da qui non riuscirò più a uscire”».
Sono momenti terribili. Ma Alessio riesce a stare calmo, non si fa prendere dal panico anche se ha le gambe e il braccio destro bloccati. Ce lo racconta ricordando tutti i particolari, le emozioni, come stesse ancora vivendo quella terribile esperienza. «Riesco a muovere solo il braccio sinistro. Sono rassegnato, convinto che quando l’aria comincerà a mancare morirò. Forse è proprio questo pensiero che mi impedisce di lasciarmi andare. Per il momento riesco a respirare. Non ho neve sulla faccia, anzi c’è una piccola bolla d’aria. Sopra di me c’è mezzo metro di neve, ma intravedo una luce fioca: comincio a scavare con la mano sinistra, molto lentamente, per evitare di farmi crollare la neve sulla faccia e in bocca: rischierei di soffocare, di uccidermi con le mie stesse mani».
Pezzotta continua a scavare. «Lentamente continuando a ripetermi “Scava Alessio, scava, scava, adagio ma scava. Minuti lunghissimi. Ogni tanto devo fermarmi, ho freddo, mi tremano i denti, sento la fatica anche delle 5 ore fatte prima con la scalata. Fortunatamente ho i guanti, altrimenti ora avrei dei moncherini al posto delle mani. Insisto. Riesco ad aprire il buco. Ma sono stanco, l’ipotermia avanza. Non posso mollare. Uscirò e tornerò a casa da quella santa donna di mia moglie Ornella. Prego i miei genitori morti da anni. Avverto la loro presenza, mi sembra di sentire le loro voci, il loro incitamento. Continuo a scavare e finalmente sento una leggera sferzata di aria fresca che mi rigenera incredibilmente. Non morirò soffocato! Cerco di aprire ancora un po’ il buco. Ci riesco, grido “aiuto”, ma nessuno mi sente. Un po’ alla volta riesco a liberare anche l’altra mano. Per sette ore cerco di resistere. Poi crollo».
Intanto i suoi amici non vedendolo tornare al rifugio dove si sono dati appuntamento chiamano il Soccorso Alpino della Val Brembana che allertano anche i colleghi della Val Biandino nel Lecchese e quelli della stazione valtellinese di Morbegno (ndr. il Pizzo Tre Signori è lo spartiacque di tre province: Bergamo, Lecco e Sondrio). Partono le ricerche. Difficili perché ormai è buio. Verso le 23:15 i soccorritori avvistano il luogo della slavina e notano il buco nella neve fatto da Alessio che in stato di incoscienza agita scompostamente la mano. Lo vedono e lo tirano fuori da quella che poteva diventare la sua bara. “È incredibile, è ancora vivo” racconta uno dei primi soccorritori. In barella, tra mille difficoltà con la paura di un’altra slavina, lo trasportano alla casa dei guardiani della diga del lago d’Inferno dove ad aspettare c’è l’elicottero della Rega svizzera che porta Alessio all’Ospedale Papa Giovanni XXIII. «Ero incosciente. Mia moglie mi ha detto dopo che i medici erano molto scettici sulle mie condizioni. Avevo una temperatura corporea di 26 gradi. Un paio di gradi in meno e non sarei qui a parlare con lei. In ospedale c’è stato un altro miracolo. Mi hanno ”scongelato”, mi hanno intubato, ho avuto tre arresti cardiaci, dovuti probabilmente al fatto che riscaldandosi il sangue provocava qualche problema al cuore, sono stato in coma farmacologico tutto il giorno. Quando mi sono risvegliato, alla sera del giorno dopo, ho subito chiesto di mangiare. Mi sentivo bene, ma in realtà non stavo bene. Avevo tutti i valori sballati, l’ormone tiroideo per alcuni giorni quasi a zero come valore, anemia, ferro al minimo storico. I medici però mi hanno rimesso in sesto e poi per qualche settimana ho dovuto fare cure mirate. Ho anche avuto problemi alle mani e alla spalla».
La sua terribile avventura l’ha voluta riportare nel libro per aiutare chi va in montagna a non commettere i suoi stessi errori. Per ringraziare i suoi “salvatori” e per i medici, “perché”, come scrive nel libro “serva loro a non mollare e crederci fino in fondo che qualche volta i miracoli accadono, specie a Natale”). E per dare uno spiraglio di fede come ha spiegato nell’introduzione. Intanto un altro miracolo lo ha già fatto. È tornato in piena forma e ha già ripreso le scalate sulle sue amate vette.

I SEGRETI PER NON RISCHIARE NELLE SCALATE SULLA NEVE
Tre libri sulle Orobie (Occidentali, Centrali, Orientali), guide di itinerari per salite su tutte le vette oltre i 2000 metri, “La grande traversata delle Alpi, dalla Liguria al Friuli”, “50 itinerari insoliti sulle Prealpi”, “Mille volte oltre i 2000 metri”. Sono solo alcuni dei volumi che ha scritto e pubblicato Alessio Pezzotta. Nonostante la sua esperienza, sul Pizzo dei Tre Signori ha commesso un errore che poteva costargli la vita. Quali consigli dare a chi vuole fare escursioni invernali?
«Innanzitutto la prudenza, un fisico allenato; non sottovalutare mai i passaggi semplici che possono diventare i più pericolosi perché non ci si concentra» spiega. «Non affrontare la neve fresca se non dopo 4/5 giorni dall’ultima nevicata anche se non è una regola assoluta e non azzera il rischio. Controllare il bollettino delle valanghe, ma soprattutto quello del vento: se ce n’è troppo meglio rinviare la scalata. E portare nello zaino l’arva, il segnalatore di posizione utile per eventuali soccorsi, il casco, i ramponi e le ciaspole».
Lo zaino è importante. Pieno pesa 30-35 chili. Ma cosa metterci dentro? Le guide alpine consigliano: guanti, giacca antineve e anti pioggia, un cambio completo di abbigliamento in goretex o lana, coltellino multiuso, occhiali da sole, un kit di pronto soccorso, un telo termico, torcia frontale con batterie di ricambio, bastoncini da trekking, bussola, altimetro, ghette per evitare che la neve entri negli scarponi, piccozza, corda da almeno 30 metri e l’arva.
Attenzione anche all’alimentazione. Barrette energetiche, frutta fresca, ma soprattutto un litro e mezzo di bevande calde.

a cura di LUCIO BUONANNO

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