Le interazioni tra farmaci e alimenti

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Ecco gli accorgimenti per non compromettere la terapia.
Lo sapevate che il latte può ridurre l’assorbimento di alcuni antibiotici? Che il succo di pompelmo andrebbe evitato se si assumono antistaminici o la pillola anticoncezionale? Proprio così. Ci sono sostanze contenute in cibi e bevande che possono letteralmente sabotare l’efficacia di una terapia: “possono influire sull'assorbimento, il metabolismo, la biodisponibilità e l'escrezione del farmaco, renderlo inefficace, potenziarne la tossicità o un particolare effetto collaterale o creare effetti indesiderati anche gravi” si legge sul sito dell’Aifa, l’Agenzia Italiana del Farmaco.

Abbiamo chiesto alla dottoressa Donata Pelizzari, responsabile della Farmacia esterna dell’A.O. Papa Giovanni XXIII, qualche consiglio per ottenere il meglio dalle terapie ed evitare pericolose associazioni.

Dottoressa Pelizzari, quali sono i fattori che possono influenzare l’efficacia dei farmaci?
I fattori che concorrono al buon esito di una terapia farmacologica sono svariati: condizioni generali di salute, età, sesso, peso corporeo, stili di vita, storia clinica, patologie e terapie in corso, aderenza del paziente, appropriatezza della prescrizione, cooperazione con il medico curante etc. Un’importanza non trascurabile, però, la rivestono le interazioni del farmaco innanzitutto con altri medicinali, ma anche con integratori, prodotti erboristici e alimenti. L’assunzione di alcuni cibi e bevande può infatti influire sull’azione dei farmaci, determinandone una riduzione dell’efficacia, aumentandone la tossicità o causando effetti collaterali. Inoltre alcuni farmaci possono agire più velocemente, più lentamente, in misura maggiore o minore, se assunti a stomaco pieno o vuoto.

In che modo il fatto che lo stomaco sia vuoto o pieno incide?
Alcuni farmaci possono provocare disturbi gastrici (nausea, vomito o bruciori di stomaco) e la presenza di cibo nello stomaco a volte è in grado di limitare tale effetto. Il cibo inoltre aumenta la secrezione di acido cloridrico nello stomaco favorendo la dissoluzione di molecole basiche e contrastando quella di molecole acide. Se non è specificato nel foglietto illustrativo, è opportuno chiedere al medico o al farmacista se è meglio assumere il farmaco a stomaco vuoto (1 ora prima dei pasti o 2 ore dopo), durante i pasti o a stomaco pieno. Oltre alla differenza nell’assunzione a stomaco pieno o a stomaco vuoto, bisogna fare una distinzione fra cibi solidi e liquidi.

In che senso?
I cibi solidi rallentano lo svuotamento gastrico e diminuiscono la velocità di assorbimento di alcuni farmaci. Il fenomeno è più accentuato con cibi molto caldi, viscosi e ricchi di grassi. Non necessariamente ciò incide sull’entità dell’effetto. La velocità di assorbimento diventa però importante quando è richiesta una tempestività d’azione, come quando si assume un analgesico per un dolore acuto. Nel caso degli antinfiammatori non steroidi (FANS: ibuprofene, naproxene, diclofenac), ad esempio, è da preferire l’assunzione a stomaco pieno per ridurre la ben nota gastrolesività, anche se ciò va a discapito della rapidità d’azione.

E i liquidi, invece, che impatto hanno?
I liquidi svolgono tre importanti funzioni: impediscono l’aderenza del farmaco alla parete dello stomaco e dell’esofago, causa talvolta di ulcerazioni (FANS, potassio e ferro); accelerano il passaggio attraverso lo stomaco e quindi riducono l’intervallo di tempo tra l’assunzione del farmaco e la comparsa dei suoi effetti; possono essere coadiuvanti utili per la malattia che si cura (ad esempio nelle infezioni delle vie urinarie, nella calcolosi renale o nella febbre). Attenzione però: non tutti i liquidi vanno bene. È importante scegliere quello giusto. L’acqua calda, ad esempio, non è mai consigliabile perché ritarda l’effetto del farmaco assunto; l’acqua ghiacciata può essere utile solo per mascherare l’eventuale sapore del farmaco; le acque alcaline sono controindicate nell’assunzione di corticosteroidi o farmaci attivi sul sistema cardiovascolare, mentre vanno benissimo per gli antibiotici; l’acqua gassata può essere utile per assumere digestivi. Una bevanda innocua, consigliata anche ai bambini per mascherare il sapore cattivo, è il succo d’arancia.

Quali sono le sostanze contenute negli alimenti e nelle bevande che modificano l’azione del farmaco?
Latte. Essendo un cibo alcalino, ha nell’immediato un effetto positivo in quanto la sua basicità va a contrastare l’acidità del reflusso, ma essendo un alimento ricco di grassi e proteine rallenta lo svuotamento dello stomaco. Non deve essere assunto prima di dormire da chi soffre di insonnia. Il calcio presente nel latte, inoltre, riduce l’assorbimento di antibiotici come le tetracicline.
Formaggi. La tiramina contenuta nei formaggi stagionati può provocare un significativo aumento della pressione arteriosa, quando assunta contemporaneamente a farmaci antidepressivi o farmaci per il morbo di Parkinson.
Pompelmo. Il succo di pompelmo accelera l’attività del fegato, principale organo che trasforma ed elimina farmaci; è quindi sconsigliato durante terapie farmacologiche, in particolare se si assumono farmaci come ciclosporina, buspirone, chinino, triazolam, farmaci calcio-antagonisti, antistaminici e per l’ipertensione (ma anche pillole anticoncezionali).
Verdure a foglia larga.
(Spinaci, broccoli, verze). Contengono buone percentuali di vitamina K (con funzione antiemorragica) che interferiscono con l’azione dei farmaci anticoagulanti (warfarin) riducendone la capacità di mantenere il sangue fluido.
Liquirizia. Se assunta con farmaci a base di digossina usati per trattare l’insufficienza cardiaca e le anomalie del ritmo cardiaco, può aumentare il rischio di tossicità della digossina. Può rendere anche meno efficaci i farmaci per la pressione arteriosa o i diuretici (tra cui idroclorotiazide e spironolattone).
Cioccolato. In quantità eccessive non deve essere assunto con gli inibitori delle monoaminoossidasi (MAO); la caffeina contenuta nel cioccolato può anche interagire con alcuni stimolanti (metilfenidato), potenziandone l’effetto, oppure può contrastare l’effetto di farmaci sedativo-ipnotici (zolpidem).

Insieme all’alcol? Una combinazione ad alto rischio
Il consumo di alcol è sconsigliato in qualsiasi terapia: potenzia l’effetto di tranquillanti e di alcuni antistaminici (danno sonnolenza quale effetto indesiderato). Inoltre può aumentare l’effetto irritante degli antinfiammatori sulla mucosa gastrica. A causa della sua tossicità sul sistema nervoso è controindicato in concomitanza di terapie anticonvulsivanti.

Attenzione agli integratori
Le interazioni farmacologiche sono possibili anche con gli integratori alimentari.

• “Erba di San Giovanni” (iperico): è un induttore degli enzimi epatici e può ridurre la concentrazione nel sangue di farmaci come la digossina, la lovastatina e il sildenafil.
• Vitamina E: in associazione con farmaci che fluidificano il sangue come il warfarin potenzia l’attività anticoagulante aumentando il rischio di sanguinamento.
• Ginseng: può influire sugli effetti di sanguinamento del warfarin; può inoltre rafforzare gli effetti di sanguinamento dell’eparina, dell’aspirina e di farmaci antinfiammatori non steroidi come ibuprofene, naprossene, ketoprofene. La combinazione di ginseng con gli inibitori della MAO può causare mal di testa, disturbi del sonno, nervosismo e iperattività.
• Ginkgo Biloba: ad alte dosi riduce l’efficacia della terapia anticonvulsivante in pazienti che assumono farmaci per il controllo delle crisi epilettiche come quelli a base di carbamazepina e acido valproico.

a cura di ELENA BUONANNO

ha collaborato la DOTT.SSA DONATA PELIZZARI
Farmacista
- CONSIGLIERE DEL'ORDINE DEI FARMACISTI DI BERGAMO-

 

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