Così la sharing economy ci fa risparmiare

Adriano Merigo

Una tendenza che si sta affermando sempre di più anche da noi. Complice la crisi, ma anche una nuova consapevolezza nei consumi e una maggiore sensibilità a temi come la sostenibilità ambientale. Sembrava solo una moda, invece sta diventando un nuovo stile di vita. È la sharing economy, l’economia della condivisione di beni: auto, casa, bici, viaggi e trasferimenti, ma anche denaro come avviene alla Cascina Solidale di Nembro dove alcune famiglie condividono casa e spese. Insomma un nuovo modo di vivere. Ne parliamo con Nando Pagnoncelli, bergamasco, volto noto della Tv, presidente della società di sondaggi Ipsos Italia.

 

La crisi economica ha cambiato i comportamenti di consumo degli italiani?
La crisi economica, che persiste dal 2009, ha senza alcun dubbio cambiato le abitudini di consumo. Da molteplici nostre ricerche emerge che lo ha fatto la netta maggioranza degli individui, mentre solo un ristretto segmento di popolazione sembra non essere stato intaccato dalla congiuntura. Chi ha cambiato approccio ha ridimensionato alcune spese in particolare. Che genere di spese? Prima di tutto quelle per auto e carburante, quindi per consumi energetici e altri tipi di bollette, seguono abbigliamento e generi alimentari. Poi c’è chi ha modificato i propri comportamenti di acquisto a prescindere dalla tipologia di beni, ossia prestando maggiore attenzione ai prezzi, riducendo le spese, acquistando con offerte e buoni sconto, evitando gli sprechi, riciclando e aumentando il più possibile la durata media dei beni. Nel contempo nuove modalità di consumo hanno iniziato ad affermarsi, a testimonianza del fatto che le situazioni di crisi sono sì dolorose ma spesso sono occasione di grande rinnovamento. Oggi abbiamo consumatori più razionali, più selettivi e meno guidati dagli acquisti d’impulso.

A quali nuove modalità di consumo si riferisce e in quali settori soprattutto vanno affermandosi?
Mi riferisco a tutte quelle pratiche che rientrano sotto il nome di sharing economy, letteralmente “economia della condivisione”, un nuovo modello che anche in Italia guadagna terreno. Questo tipo di economia comprende molteplici novità, anche molto diverse tra loro. Il presupposto comune è l’utilizzo di beni e servizi pur non detenendone la proprietà, ma anche il mettere a disposizione di estranei beni e servizi propri. La fruizione diviene un’alternativa al possesso. L’”altro” è vissuto non come un concorrente ma come una risorsa che aiuta a superare le difficoltà. È la vittoria del principio del peer-to-peer. Alcuni mesi fa per studiare il fenomeno, abbiamo fatto 1.000 interviste a un campione rappresentativo di italiani 18-64enni connessi a Internet e alcuni focus group. Dalla ricerca è emerso che sebbene car sharing, ride sharing, car pooling, bike sharing, co-working, social eating, GAS (gruppi di acquisto solidale), house sharing siano ancora pratiche di nicchia, tutte abbiano grandi potenzialità di crescita. Infatti, il livello di conoscenza è alto e la maggioranza delle persone che le conosce, le considera destinate a diffondersi. C’è molto ottimismo intorno all’economia della condivisione e la percezione che il modello possa stimolare un cambiamento nelle relazioni tra individui, sino all’affermazione di nuovi valori.

Ma quanti la usano e quale filosofia c’è alla base?
Se da un lato gli utilizzatori sono ancora una nicchia di mercato, dall’altro i conoscitori sono già la maggioranza: il 75% degli intervistati infatti ha sentito parlare di sharing economy e tra coloro che ne hanno sentito parlare, il 67% lo associa spontaneamente a beni e servizi particolari, in primis car sharing, ride sharing e car pooling. Il 21% lo associa invece a un vantaggio economico. Mentre il 41% ha dichiarato di fare almeno una volta al mese acquisti a km0, il 12% fa parte con frequenza di un GAS. Seguono il ride sharing, con il 12% del campione che dichiara di farlo almeno una volta al mese; il 9% ha invece praticato almeno una volta in passato recente il car sharing, un altro 9% il bike sharing, il 5% l’house sharing per brevi pernottamenti. Sono percentuali ancora basse perché si tratta di un qualcosa di nuovo ma non si riscontra una chiusura della popolazione nei suoi confronti. Per chi le ha fatte, le prime esperienze sono state positive e l’esistenza di una forte componente di passaparola fa immaginare un rapido sviluppo. Oggi il motore della condivisione è la moltiplicazione del valore d’uso del bene, che lo scambio crea a fronte di un piccolissimo impiego di risorse. Al fine di evitare che sparisca insieme alla recessione, sarà fondamentale l’affermazione degli elementi valoriali e di innovazione sociale, vere e proprie esternalità positive.

E' destinata a entrare nelle nostre abitudini?
Oggi non siamo in grado di dire se questo entusiasmo sarà un fenomeno di breve, medio o lungo periodo. La principale porta di accesso alla sharing economy è il risparmio economico, ricercato dai soggetti più in difficoltà. Tuttavia la ricerca realizzata suggerisce che sbaglieremmo se pensassimo a un fenomeno emerso solo per rispondere a un’emergenza. L’accoglienza delle pratiche di condivisione da parte dell’opinione pubblica segnala che la sharing economy corrisponde anche all’affermazione di nuove sensibilità. Collaborazione e sostenibilità arricchiscono l’esperienza di consumo con nuovi significati. C’è l’urgenza di risparmiare a causa di un potere d’acquisto ridotto ma anche la ricerca di vivere esperienze più appaganti e fare la cosa giusta per sé e per gli altri. Il valore morale è infatti un altro fondamento del fenomeno, attrae individui che si sentono volti all’educazione sociale e coloro per i quali condividere è una sorta di disciplina personale. La terza porta d’accesso può essere ricondotta all’innovazione sociale: attira soggetti che cercano l’avventura, nuove socialità, chi insegue una crescita personale attraverso dinamiche relazionali. Il contatto con l’alterità culturale stimola la creatività e l’ingegno. L’innovazione d’altronde non consiste solamente in invenzioni tecnologiche e brevetti, ma può essere declinata anche in nuovi paradigmi sociali.

Ma la condivisione dei beni può essere un rischio?
Sì, specie tra estranei, comporta dei rischi. La fiducia negli altri e la sicurezza sono le principali criticità. Pensiamo alla condivisione della propria auto per tragitti brevi o lunghi (car pooling e ride sharing) o della propria casa (house sharing) con persone di cui sappiamo poco. Chi in questi casi può esercitare un controllo se necessario e dare le giuste garanzie? Chi interviene nei casi di conflitto o di prevaricazione? Questi sono i compiti che assolvono le piattaforme e i brand che gestiscono lo sharing. Si tratta di soggetti che mettono in comunicazione domanda e offerta ma sono anche i garanti delle informazioni. Fungono da mediatori e arbitri. Le recensioni pubbliche di altri utilizzatori del servizio sono uno degli strumenti a disposizione per premiare o al contrario punire chi non rispetta le regole. Il modello ha altri aspetti critici, tra i quali l’adattamento richiesto. L’economia della condivisione impone talvolta la negoziazione con gli altri, oppure la limitazione della libertà. Può inoltre non misurare l’eterogeneità, poiché non sempre propone un metodo di discriminazione tra livelli di qualità differenti, rischiando l’omologazione. Infine, non bisogna dimenticare il tema della regolamentazione legale e fiscale di questi scambi, che generano reddito e fanno concorrenza a chi offre servizi uguali o simili in modo classico. Non è mai facile trovare delle regole condivise quando si ha a che fare con un’innovazione che modifica profondamente un mercato.

Quali vantaggi può avere invece, ad esempio, per l’ecologia o per la salute?
L’economia della condivisione fa leva su elementi quali ri-uso e sostenibilità ambientale. Penso a uno degli emblemi dell’economia della condivisione, ossia le nuove forme di mobilità. Car sharing, car pooling, ride sharing possono influire in modo positivo sull’inquinamento e su una mobilità più sostenibile. Ciò avviene soprattutto nelle due metropoli, Milano e Roma, ma anche in contesti minori, dove sono molteplici i servizi che mettono in discussione il possesso dei veicoli, contrapponendo la semplice fruizione con tariffa a consumo, e l’utilizzo individualistico del mezzo di trasporto, spesso troppo oneroso e con un impatto ambientale elevato. Relativamente all’auto privata, è evidente che in un periodo di crisi l'elevato costo di acquisto di una macchina, le spese di manutenzione, oltre che la perdita di valore immediatamente successiva alla compravendita, sono un insieme di concause che stanno determinando un crescente interesse per le nuove soluzioni di mobilità. La condivisione del viaggio tra estranei ad esempio è una soluzione efficace per ridurre drasticamente le spese di viaggio in un’ottica di riduzione dell’inquinamento. Il car sharing cittadino è una formula comoda e flessibile, con un impatto rilevante sulla riduzione dello stress da parcheggio e dei costi degli spostamenti. Se si considera inoltre che il 96% degli intervistati dichiara di utilizzare l’automobile almeno una volta a settimana e che ogni auto viaggia in media con 2,5 posti liberi, si capisce quanto sia significativo il potenziale di crescita della “smart mobility” in Italia. Insomma, ancora una volta la crisi ha favorito cambiamenti di paradigma e l’adozione di comportamenti di nicchia ma, usando un termine di moda, decisamente “smart”.

Tanti modi per fare amicizia

CAR SHARING. È l’auto condivisa alternativa al mezzo privato. Una volta abbonati si può prendere una vettura in città senza costi fissi di manutenzione (tasse, assicurazione e con assistenza continua) e lasciarla in un altro posto dove è presente il servizio. C’è poi il car pooling con un automobilista che mette a disposizione la sua vettura dividendo con altri compagni di viaggio le spese e la manutenzione.

BIKE SHARING. A Bergamo si chiama BiGI. Le bici si prelevano e si riconsegnano presso le 19 stazioni distribuite in città.

HOUSE SHARING. È nato verso la metà degli anni Cinquanta ma grazie a internet è diventato famoso. Bisogna iscriversi e pagare la quota e si può scegliere tra le case messe a disposizione da altri soci.

RIDE SHARING. Viaggiare contro la crisi e fare nuove esperienze e amicizie. I nuovi autostoppisti si mettono d’accordo tramite il web e viaggiano insieme condividendo spese e tempo del viaggio.

CO-WORKING. è uno stile lavorativo che coinvolge la condivisione di un ambiente di lavoro, spesso un ufficio, mantenendo un'attività indipendente.

a cura di LUCIO BUONANNO
Ha collaborato NANDO PAGNONCELLI
- PRESIDENTE E AMMINISTRATORE DELEGATO DI IPSOS ITALIA -

 




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