Le due facce dell'invidia

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Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non ha provato invidia. Nei confronti della vicina di banco più brava a scuola, dell'amico/a col fisico scultoreo e uno stuolo di pretendenti, del collega che sembra non sbagliare mai un colpo e colleziona un aumento dopo l'altro. Pare proprio che questo sentimento, uno dei sette vizi capitali, sia insito nella natura umana. Non è un caso che compaia addirittura alle origini dell'umanità: in Eva che, invidiosa, crede al serpente tentatore che la induce a cogliere la mela dall'albero della conoscenza per diventare come Dio. Da allora, ne hanno scritto anche autori, filosofi e psicologi illustri di ogni epoca. Ma perché siamo così "sensibili" a questo sentimento? E siamo sicuri che sia sempre negativa e che, invece, un pizzico di "sana"invidia non possa essere sfruttato a nostro favore? Ne parliamo con la dottoressa Sofia Raffa, psicologa.

Dottoressa Raffa, cos'è l'invidia?
La parola invidia deriva dal latino "invidere" che significa "guardare biecamente". È un sentimento di astio e risentimento scaturito dal confronto con l'altro, dallo sguardo che posiamo sull'altra persona mettendola a confronto con noi stessi. Gli altri ci fanno da specchio e a volte ci rimandano ciò che sentiamo di non avere, provocando in noi frustrazione, rabbia, sentimenti di inferiorità e di vuoto. Dal senso di mancanza che avvertiamo (specialmente quando ci confrontiamo con standard molto elevati e distanti da noi) siamo portati a credere di non avere risorse per raggiungere l'altro e da qui il desiderio può prendere la forma di odio e rabbia verso la persona invidiata, portandoci anche a denigrarla o danneggiarla.

Spesso si pensa sia un sentimento tipico dei bambini. È normale provarlo anche da adulti?
L'invidia è un sentimento presente in ogni fase della vita. Psicanalisti come Sigmund Freud e Melanie Klein ne individuano l'origine già nei primi anni di vita e nelle relazioni precoci che il bambino instaura con figure di accudimento. Secondo la Klein il bambino può provare invidia verso il seno materno quando se ne sente privato, perché esso tiene per sé il latte, l'amore e le cure di cui ha bisogno. Di fronte a questo senso di privazione il bambino può mettere in atto diverse difese: l'idealizzazione, la svalutazione, la fuga dalla madre verso altre figure, la svalutazione di se stesso e dell'oggetto invidiato, l'attivazione dell'invidia negli altri e la spinta a riparare ciò o colui che si invidia. Se ci pensiamo, questi sono gli stessi vissuti che può provare un adulto di fronte alla cosa o alla persona invidiata. Secondo la Klein, quanto più questa invidia non è stata elaborata da bambini, tanto più verrà rivissuta in età adulta. Una forte invidia provata durante l'infanzia può avere conseguenze sullo sviluppo della personalità rendendo difficile sia provare piacere sia controllare gli impulsi aggressivi rivolti verso l'altro. Una manifestazione precoce di invidia, forse la più nota, è quella che il bambino prova nei confronti dei fratelli o degli altri membri della famiglia, piccoli e adulti. Anche nell'adulto, le persone invidiate sono spesso quelle più vicine e talvolta più simili a noi. Aristotele scrisse: "Noi invidiamo coloro che sono vicino a noi nel tempo, spazio, età o reputazione". Ciò avviene perché ci permettono di confrontarci con loro, ci spingono all'autovalutazione e possono portare a domandarci: "Perché lui sì e io no?". Dal confronto con l'altro e dall'invidia possono scaturire conseguenze negative, ma esiste anche una forma di invidia buona, ossia quella che nasce da una matura capacità autocritica.

E come si fa a trasformare un sentimento negativo in uno costruttivo?
Il primo passo è riconoscere il sentimento apertamente e manifestarlo senza ostilità né vergogna; in questo modo la persona impara ad accettare i propri limiti. Se il proprio ideale non è troppo distante, inoltre, è possibile pensare all'attuazione di un piano per raggiungerlo. L'invidioso può attrezzarsi, mettere in moto risorse, energie e strategie per realizzare i propri obbiettivi e colmare le lacune che lo separano dal suo ideale rinforzando in questo modo anche la sua autostima e la fiducia in sé. L'"invidia buona", inoltre, può essere uno stimolo alla relazione con l'altro, porta ad avvicinarsi a una persona per conoscerla meglio, seguirla, diventare confidenti e prenderla a modello. L'invidia, dunque, può avere due facce diametralmente opposte: da un lato il confronto con l'altro può portare la persona a vivere sentimenti negativi come rabbia e disprezzo sia verso se stessi, sia verso gli altri con vissuti di rifiuto e vergogna. Dall'altro lato, l'invidia, vissuta come ammirazione, può portare ad avvicinarci all'altra persona, cogliere ed accettare i propri limiti e attivare delle risorse per superarli. Questa forma di invidia può avere effetti positivi sulla persona che, una volta raggiunti i propri obbiettivi potrà sentirsi appagata, soddisfatta e accolta dall'altro.

Gli oggetti (simbolici) del desiderio
Esistono diverse forme di invidia. Si può provare invidia per gli oggetti che altre persone possiedono, come una bella villa, un'auto di lusso, un cellulare di ultima generazione, etc. Talvolta dietro questo bisogno, più che una reale necessità, si nasconde la volontà di affermarsi con un oggetto che funge da simbolo. Possiamo invidiare una persona anche per il suo carattere, perché più simpatica, più intelligente di noi. In questa situazione siamo portati a percepirci inferiori e a vivere sentimenti negativi sia verso noi stessi sia verso la persona invidiata. Anche in questo caso la caratteristica che invidiamo nell'altro assume un valore simbolico.

a cura di ELENA BUONANNO
con la collaborazione della DOTT.SSA SOFIA RAFFA
Psicologa dell'età evolutiva a Trescore Balneario

 

 

 

 

 



 

 

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